Il luogo dove i vini assomigliano ai libri: l’Enoteca Duomo 21 a Milano

Il luogo dove i vini assomigliano ai libri: l’Enoteca Duomo 21 a Milano
Entrando dal civico ventuno di piazza Duomo, si può salire al secondo piano e ascoltare le storie che hanno da raccontare.

di Guido Gabaldi

Un’enoteca è sempre un luogo da frequentare in allegria, lasciando liberi gli occhi e il cuore di percorrere gli scaffali con centinaia di bottiglie allineate che rappresentano un mondo fatto di volti, di mani, di lavoro quotidiano che si perpetua nel tempo…qualche migliaio di anni. L’Enoteca Duomo 21, a Milano, aggiunge al fascino della collezione (una collezione particolare: non si osserva, si beve!) il fascino della posizione, essendo a due passi dal Palazzo della Ragione, dalla Galleria Vittorio Emanuele, da Palazzo Giureconsulti e dal centro storico/spirituale della metropoli: il Duomo. In una simile posizione, forse, si sentirebbero a casa anche i vitigni secolari come lo Chardonnay e la Barbera: sarà per questo che la serata del 12 Maggio, qui in enoteca, è stata dedicata ai prodotti dela Tenuta Tenaglia di Serralunga di Crea, che fa delle antiche tipicità del Monferrato la sua ragione di esistere.

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“Siamo qui perché vogliamo inaugurare la bella stagione” – precisa Roberto Imarisio, enologo dell’azienda monferrina – “ad esempio con i nostri due Chardonnay DOC, il “Piemonte” e “l’Oltre”, grandi vini bianchi da aperitivo, ma abbinabili anche a pesci e carni bianche, come da tradizione”.

E sul fronte del rosso?

“Anzitutto il “Bricco”, una Barbera d’Asti 100%, che passa solo in acciaio e poi affina pochissimo in bottiglia: è pronta dopo 3-4 mesi, con la sua morbidezza e i suoi profumi leggeri di lampone, che ne fanno un vino da tutto pasto. Se invece vogliamo stare sul classico, sul vino da meditazione o da accompagnare a sapori forti (cacciagione, formaggi stagionati, carni in umido), niente di meglio della nostra Barbera da invecchiamento, che abbiamo chiamato “Emozioni”. Proviene dai vigneti storici della tenuta, con più di sessant’anni sulle spalle, che danno un prodotto particolarmente concentrato. Un “grande vecchio”, diciamo così (non lo berrei mai prima di una maturazione in bottiglia di cinque anni), che sa di frutta rossa matura e vaniglia, e in bocca ha struttura notevole”.

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Il compito di far quadrare il Piemonte classico e la Francia elitaria – e chissà che cos’altro- con i piatti italiani è affidato ad Alberto Citterio, Chef Executive dell’hotel Seven Stars in Galleria Vittorio Emanuele, oltre che dell’enoteca. Dopo varie esperienze nei ristoranti stellati di Milano, ha trascorso dieci anni a Positano, nell’hotel “Le Sirenuse”. Ed ora eccolo qui, con una cucina che cerca di far da ancella ad un assortimento di circa 7.000 bottiglie. Alberto ci racconta:

“Mi aiuto parecchio con i formaggi e non solo quelli della mia Lombardia: ho provato qualche accostamento rischioso, tipo mozzarella e Greco di Tufo, e secondo me può funzionare. Ma qui in enoteca abbiamo portato anche proposte più elaborate, come i ravioli di ricotta con salsa alla pancetta”.

Ma anche gli chef hanno un vino del cuore? Sono capaci di affezionarsi ai vini?

“Io sì, perché ci sono delle bollicine che richiamano alla mente le feste e i passaggi importanti della mia vita. Gli spumanti della Franciacorta, in particolare Bellavista e Ca’ del Bosco, sono una parte importante della mia esperienza. Ai clienti proponiamo anche diversi tipi di Prosecco, e non per seguire la moda ma perché ci crediamo. Sono ottimi come aperitivo: libero poi ciascuno di chiedere un vino più complesso, per proseguire il pasto. A volte è lo stesso sommelier a proporglielo”.

Perché un’enoteca non è solo un luogo di allegria: è anche una libreria dei vini in cui ci si fa consigliare dal libraio/sommelier, per meglio confrontarsi con una cultura agricola millenaria e con percezioni gustative che vanno dal primario al super-complesso. Se in un posto come questo si ha la pazienza di farsi accompagnare, dallo chef o dall’enologo, si imparerà che la collezione sugli scaffali si può guardare con un occhio più attento e partecipe: quello dell’esploratore di un mondo sconosciuto.

Guido Gabaldi

 

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