Il giorno di Carnevale

Il giorno di Carnevale
Siamo nel bel mezzo del Carnevale, le ricette per preparare i migliori dolci per l'avvenimento si sprecano, ma oggi noi vogliamo raccontarvi una storia di Carnevale!

Cucina con Imma ci racconta questa storia:

Uno, due, tre… cento scalini scendono per via Vico Ponte, la lunga scalinata che da Castello del Matese porta a Piedimonte Matese. Un piccolo paesino campano in provincia di Caserta, che si estende per 41 Kmq ai piedi del versante meridionale del massiccio appenninico del Matese.

 

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Luogo che ha conosciuto da sempre l’insediamento umano, iniziando dal lontano neolitico, passando per il Medioevo ove tuttora se ne respira l’atmosfera nel borgo antico del Palazzo Ducale (edificio risalente all’XI secolo appartenuto all’antichissima casata dei Gaetani d’Aragona, con una pinacoteca con oltre trecento quadri e che ha visto come suoi ospiti personaggi illustri della storia, quali Gabriele D’Annunzio).
Proprio quei cento gradini uniscono i due paesi, dove un tempo bande rivali di ragazzini si sfidavano, ma vedevano le loro forze alleate in un unico giorno dell’anno, il giorno di Carnevale.

Bisognava preparare il cosiddetto “funerale” e allora i ragazzi di Castello preparavano il fantoccio vestito con cravatta, gilet e giacca… insomma l’abito buono della festa che a qualche papà sarebbe mancato nell’armadio; mentre i ragazzini piedimontesi un carrettino con 2 ruote e una sorta di bara scoperta in cui sarebbe stato adagiato il fantoccio rappresentante “Carnevale“.
Anche le ragazzine avevano il permesso di partecipare alla festa, d’altronde era un giorno particolare e la sera a casa si sarebbe festeggiato, prima del digiuno del mercoledì delle Ceneri.

Tutti vestiti con l’abito della festa, i ragazzini con il cappello in feltro dalla tesa larga, le ragazze con lo scialle blu rifinito ai bordi con il macramè e le labbra lievemente colorate di rosso. Iniziava la processione che percorreva tutte le strade del paese, con finti strazi e pianti, cantando:

Carnevale , pecchè si mòrtu
La nzalata tenivi agl’ortu
Lu presuttu tenivi appisu,
Carnevale puzz’esse accisu.
Pane i vinu nun te mancava
A la casa nun ngamberavi…

Traduzione: “Carnevale, perché sei morto
L’insalata avevi nell’orto
Il prosciutto avevi appeso
Carnevale devi essere ucciso.
Pane e vino non ti mancava
E la casa era piena di ogni bene…

Si camminava a passo lento e le urla e gli schiamazzi si placavano solo nel momento in cui si passavano dinanzi alla Basilica del Santo Patrono, San Marcellino, il Santo con la faccia gialla come quella di San Gennaro (c’è addirittura chi sostiene tra il popolo che i due santi fossero amici), di cui tutti avevano ed hanno sommo rispetto, poiché Santo giusto, ma nella memoria collettiva punitore.

A mano a mano che si scendeva il largo di Santa Maria la Vecchia, si ricominciava di nuovo a cantare.
Al passaggio dell’insolito corteo tutti scendevano in strada: chi si congratulava , chi si univa alla farsa e chi offriva di tanto in tanto l’amata ricompensa: le chiacchiere. Si perché è proprio il caso di dirlo, di chiacchiere se ne facevano e se ne fanno tante; le donne in casa realizzavano un impasto semplice, fatto di sola farina, uova, zucchero, strutto, buccia di limone, vino o strega. Sui tavolini di legno poi con i mattarelli si stendevano le grandi e sottili “laine” (sfoglia) e si gareggiava a chi creava gli intrecci più belli e di chi era l’impasto più friabile.

Anche le castagnole erano una vera e propria bontà, uguale impasto delle chiacchiere, con l’unica differenza essere preparato con il lievito madre, fritte e nappate con il miele caldo… solo in pochi fortunati potevano mangiarle guarnite con il cioccolato.
I rintocchi della campana delle sei annunciava i vespri, oltre al fatto di doversi sbrigare e allora tutti di corsa verso il fiume Torano, che costeggia l’Epitaffio, il simbolo dell’ingresso al Paese, eretto dal Duca Niccolò Gaetani in memoria del padre, con frammenti di reperti di epoca romana.

Carnevale veniva riversato nel fiume,e tutti con lo sguardo seguivano quel fantoccio, fino a quando la corrente del fiume non se ne impadroniva. Qualche saggia vecchia si avvicinava ai bimbi più piccini, che miravano la scena con occhi sgranati, rammentando loro che Carnevale in realtà non era annegato, ma si sarebbe ripreso qualche riva più in là, per ritornare ancora a far festa l’anno seguente.

Quando di quel fantoccio ormai si erano perse tutte le traccie, si ritornava a casa, dove a tavola incominciava la vera festa per il palato: protagonista del menù della serata era il maialino casertano, sacrificato per la famiglia e cucinato in mille modi diversi: dalle lasagne fatte con la pettola, alle costolette grigliata, per finire al sanguinaccio in cui i bambini intingevano oltre alle chiacchiere anche le loro dita, espressione di pura gioia per chi quel cioccolato lo vedeva così di rado.

Dopo cena era il momento di riunirsi con i vicini: mentre gli adulti giocavano a carte, i ragazzini si sarebbero sfidato all’Ovu Mpisu ovvero l’uovo appeso (varie uova sode venivano sgusciate, e legate una alla volta al soffitto con una cordicella; a turno bendati si cercava di afferrarlo e vinceva chi logicamente ne prendeva di più), il tutto accompagnato dal sottofondo dell’organetto.

Si cantava, si ballava, si rideva, festeggiando il Carnevale, prima di prepararsi ai quaranta giorni di digiuno fisico e spirituale, in questa splendida vallata ricca di storia e di sapori, su cui mira da una collina un luogo maestoso pieno di fascino, il campanile ed il monastero dei frati in cui visse San Giovan Giuseppe della Croce, e dove il silenzio è l’unico sovrano.

Tutt’oggi Piedimonte è un centro agricolo famoso per la produzione di olio e vini; la cucina tipica è quella che da sempre hanno sviluppato i contadini con zuppe e piatti a base di ortaggi e legumi , con i formaggi (tipico il caciocavallo, le scamorze e i burrini), salumi e carne (ovine, suine e bovine).

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Tra le ricette antiche, quelle che meritano di essere annoverate sono i classici “caniscioni” pasquali con le loro tre varianti: verdure, uova, cacio e prosciutto crudo, e di riso, rigorosamente cotti nei forni a legna. La pastiera di riso, altra caratteristica del territorio, che si differenzia da quella classica napoletana.
Carenti i piatti a base di pesce, in quanto il territorio è prettamente montano, ma non può mancare la classica “Zuppetella e menestra e baccalà” che si cucina a cavallo tra i mesi di novembre e febbraio.

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[Photo Credits: ricettedintorni, repubblica.it, Napoliflash24]

 

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