Ma quanto siamo FIVI!

Ma quanto siamo FIVI!

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A spasso per la 6° edizione del mercato dei vini dei vignaioli indipendenti tra vecchi amici e nuove piacevoli scoperte.

Di Antonio Cimmino.

Partendo dai numeri della manifestazione, giunta alla sesta edizione, tenutasi a Piacenza sabato 26 e domenica 27 novembre 2016 è più facile intuire la portata di un intero movimento.

Con 9.000 ingressi in due giorni e un afflusso di pubblico che ha superato del 50% la precedente edizione, non sorprende che i vignaioli siano rimasti a secco già sabato sera avendo esaurito le bottiglie da vendere.

Significativa anche la presenza di stranieri provenienti da tutta Europa (Francia, Portogallo, Norvegia; Svizzera, Austria, Slovenia, Svizzera e Germania) ma anche dall’Australia e dal Giappone, segno che l’amore per i Vignaioli non ha confini.

425 i vignaioli presenti (quasi cento in più dell’anno scorso), numeri sbalorditivi che ci fanno capire quanta robusta e sana partecipazione via sia intorno alla FIVI, la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, e non ci si poteva immaginare un successo maggiore per questa sesta edizione del Mercato dei Vini.

Una crescita che rileva come il Mercato sia diventato ormai un appuntamento imperdibile, luogo d’incontro, di condivisione e di confronto con il pubblico ma anche tra i produttori stessi.

Qui i vignaioli assieme ai loro vini portano la loro esperienza di vita, ognuno porta il proprio “pezzo di terra”, interpretando il territorio a modo suo, e così c’è chi segue la tradizione, chi la tradisce o la abbandona per poi farci ritorno, chi innova, sbaglia, gioisce e soffre.

Ma se vuoi far parte di FIVI, associazione nata nel 2008, bisogna soddisfare alcuni precisi criteri:

“Il Vignaiolo FIVI coltiva le sue vigne, imbottiglia il proprio vino, curando personalmente il proprio prodotto. Vende tutto o parte del suo raccolto in bottiglia, sotto la sua responsabilità, con il suo nome e la sua etichetta”.

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Ad oggi sono quasi 1000 i produttori associati, da tutte le regioni italiane, per un totale di circa 10.000 ettari di vigneto. 70 sono i milioni di bottiglie commercializzate. Quasi la metà dei vigneti è condotta in regime biologico/biodinamico, il 20 % segue i principi della lotta integrata, mentre il restante lavora secondo la viticoltura convenzionale.

Questa edizione è stata anche l’occasione per riassaggiare i vini di alcuni amici e soprattutto scoprire qualche nuova chicca enologica.

Inizio col botto con Franco di Filippo, viticultore di Trani, ed il suo Moscato Reale Metodo Classico che ha mandato in estasi, di nome e di fatto, gli appassionati. Perché Estasi è il nome-omen dei suoi due spumanti ottenuti dalla rifermentazione in bottiglia sui propri lieviti per almeno 18 mesi partendo da una base (utilizzata per il suo Passito Liberty), che trascorre almeno 3 anni in silos d’acciaio prima di essere spumantizzata.

In questo modo gli spumanti acquisiscono una notevole struttura, al naso conservano alcune note del vitigno ma si arricchiscono di sentori di frutta matura, agrumi canditi, fiori secchi e una nuance di macchia mediterranea. Al palato la bollicina è suadente e avvolge delicatamente tutto il palato. Che sia Estasi in Sinfonia Brut 2010 o Estasi in Armonia Pas Dosè 2010 lasciatevi sedurre da questi due spumanti più unici che rari nel loro genere. Oltre a passione, dedizione e tecnica, sicuramente anche madre natura gli dà una mano, giacché Franco raccoglie le sue uve appassite naturalmente in pianta, già teoricamente mature a inizio agosto, solo a fine ottobre quando i grappoli sono avvizziti ed è proprio per questo che ogni giorno “Ringrazio la Divina Provvidenza che m’illumina e mi assiste nel lavoro che svolgo e in quello che non posso mai fare” come lui stesso ci ha ricordato.

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Molto bello rivedere Stefano Calatroni che, insieme al fratello Cristian, è l’anima dell’Azienda Agricola Calatroni di Montecalvo Versiggia in pieno Oltrepò Pavese. Nella patria del Pinot Nero non si poteva che iniziare con il Pinot 64 Brut 2013, un Pinot Nero in purezza, la raccolta è manuale ed effettuata leggermente in anticipo, l’affinamento in bottiglia è di almeno 36 mesi. Al naso è floreale, fruttato, delicatamente agrumato e con note di crosta di pane per nulla invasive, mentre al palato sorprende per una sapida acidità e per la piacevole beva. Tutta la forza del Pinot Nero accompagnata da una grande freschezza.

Il nome di questo vino evoca proprio l’anno di rinascita a nuova vita da produttori della famiglia Calatroni, il 1964, anno in cui fu abolita la mezzadria, cosicché nonno Luigi riuscì a riscattare quel piccolo lembo di terra di cui, con tanti sacrifici, si era preso cura da sempre e che poi negli anni si è ingrandito e sviluppato fino ad arrivare agli attuali 15 ettari.

Il NorEma Rosé Pas Dosé 2012 è un Metodo Classico rosato da Pinot Nero in purezza. Dedicato a Nora ed Emma, la quarta generazione dei Calatroni ancora in erba, trascorre almeno 30 mesi di affinamento sui lieviti, si presenta con il classico colore buccia di cipolla, grazie alla criomacerazione pellicolare dell’uva, intensi i suoi profumi, l’ingresso in bocca è diretto, energico. Un metodo classico che si mette in mostra grazie a freschezza, sapidità e longevità.

L’ultimo assaggio lo riserviamo a Vigiö, la Bonarda vivace dell’Oltrepò Pavese DOC, nata da un nuovo progetto di qualità per il vino più tipico del territorio sviluppato dal Distretto del Vino di Qualità dell’Oltrepò Pavese. Disciplinare molto più restrittivo, una bottiglia dalla forma particolare, denominata Marasca, ma soprattutto le uve devono provenire dai propri vigneti, devono essere vinificate nelle proprie cantine e commercializzate dall’azienda stessa. Questa è la Bonarda dei Produttori.

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La terra continua a tremare nelle Marche (oltre che nelle altre regioni dell’Italia centrale), molti produttori hanno subito danni ingenti alle loro aziende, ma fortunatamente, a parte la paura sia l’Aziende di Rocco (e di suo fratello Stefano), Vigneti Vallorani, sia quella di Raffaele, PS Winery, non hanno subito danni rilevanti.

Così voglio pensare che le due cantine sono qui a rappresentare un intero territorio, anche perché entrambi fanno parte di TerroirMarche, il giovane consorzio nato nel 2013 che raggruppa alcuni Vignaioli bio della regione, che si prefigge la promozione e la valorizzazione della vitivinicoltura biologica/biodinamica marchigiana, la difesa del territorio e dei beni comuni, la diffusione di culture e pratiche per una economia sostenibile e solidale.

I 7 ettari dei Vigneti Vallorani sono dedicati esclusivamente ai vitigni autoctoni, Pecorino, Passerina, Malvasia e Trebbiano tra i bianchi e Sangiovese, Montepulciano tra i rossi. Nei loro vini si ritrova tradizione, passione ma sempre nel grande rispetto della terra in cui vivono, il Piceno, ed i nomi richiamano sia la tradizione secolare del territorio sia quella della loro famiglia.

Avora 2014 è un Falerio DOP da Passerina, Pecorino e Trebbiano, il termine indica che i vigneti sono esposti a Nord/Nord Est, ossia “a Vora”, al vento come la Bora, visto che spesso in marchigiano stretto la lettera B è sostituita dalla V. Un vino che affina sulle proprie fecce fini donandogli complessità, la freschezza è assicurata dall’influsso della brezza marina oltre che dall’esposizione, mentre la mineralità è legata in maniera indissolubile ai vigneti di 30 e 40 anni da cui ha origine.

A testimonianza dell’attenzione che Rocco ha per il suo lavoro e soprattutto la volontà di rimanere fedeli ai principii, condivisi con il FIVI, di lavorare esclusivamente le uve dei propri vigneti, l’ha portato nel 2013 a rinunciare alla produzione di questo vino a causa di sei grandinate. Fortunatamente un po’ del raccolto di Passerina si salvò, così da poter produrre 500 bottiglie di Zaccarì 2013, nome della propria “casata”, il loro Offida Docg. Una versione di Passerina molto carica, poiché per questo vitigno abbastanza semplice, il cosiddetto pagadebit marchigiano, si sono cercate delle soluzioni alternative, sia in vigna sia in cantina, per farlo esprimere ai massimi livelli. Oltre ad una macerazione sulle bucce di circa 12 ore, il vino fermenta e affina in tonneau di rovere francese sui propri lieviti per almeno 16 mesi senza travasi e solo batonnage e ulteriori 6 mesi di affinamento in bottiglia. Tutto questo dà al vino intensità e complessità, note di fiori bianchi e agrumi, in particolare bergamotto, e sentori di vaniglia e nocciole.

L’ultimo nato tra i bianchi è il LeFric 2015, Trebbiano e Malvasia dal sapore antico, come quando lo faceva il nonno, gli stessi vigneti che ormai hanno 50 anni, nessun controllo della temperatura, né dell’ossigeno e non filtrato. La bellissima etichetta è tratta da un quadro 80×120, che campeggia in sala degustazione, dell’artista locale Spirito Santo.

Il Konè 2012 è invece un Rosso Piceno Superiore, un blend di Sangiovese e Montepulciano che affina sulle proprie fecce fini per 14 mesi in barrique, più un altro anno in bottiglia. Il nome deriva da una parola dialettale di cui Rocco ignorava il significato. Infatti sua nonna quando era piccolo lo chiamava “Co’”, che lui credeva fosse l’abbreviazione di cocco/cuore, invece ha scoperto che deriva dalla parola greca “Icona”, immagine, cosa preziosa, proprio come questo vino che vede la luce dopo quasi tre anni dalla vendemmia.

Chiudiamo la visita da Rocco con il vino dedicato a suo nonno, il Sorlivio, Sangiovese Riserva 2010, da vecchie vigne, 22 mesi di affinamento in barrique di rovere francese ed un altro anno in bottiglia. Il Signor Livio, un vero “signore” anche nel suo duro lavoro dei campi ma di un’eleganza estrema proprio come il bouquet e i tannini di questo splendido Sangiovese.

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A differenza dei loro vicini la storia enologica di PS Winery è appena iniziata, l’azienda prende il nome dalle iniziali dei cognomi di Raffaele e del suo socio Dwight, Paolini e Stanford, che provengono da due mondi diversi e si sono conosciuti sui banchi di scuola (Master in Scienze Gastronomiche). È lì che è nata l’idea di iniziare a fare vino, ma da due persone molto diverse non potevano che nascere dei vini molto ma molto personali.

Per i loro sei ettari hanno scelto sia vitigni autoctoni (Pecorino e Montepulciano) sia internazionali (Merlot, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Petit Verdot e Syrah).

Aurai 2013 è un Pecorino in purezza che si presta ad un po’ di invecchiamento. Macera circa 8 ore sulle bucce, fermenta e affina 8 mesi in acciaio per poi trascorrere quasi un anno in bottiglia prima della commercializzazione. Vino che sta acquisendo complessità, dalla struttura notevole e dal buon equilibrio.

Il Confusion 2011 Marche rosso IGT è il vino che meglio rappresenta l’azienda, poiché nasce da 4 vitigni francesi che molto bene si stanno comportando nelle Marche. Merlot (40%), Cabernet sauvignon, Cabernet Franc e Petit Verdot in parti uguali, sono stati raccolti, vinificati e invecchiati separatamente in barrique e tonneau di primo e secondo passaggio. Dopo oltre un anno sono messi insiemi prima dell’imbottigliamento. Un vino in perfetto equilibrio, piena corrispondenza naso-bocca, in cui i 4 vitigni tirano fuori il meglio.

Altro vino interessante è il Petit Verdot 2012, anche in questo caso un uso sapiente dei legni (barrique e tonneau fino al terzo passaggio). Un tripudio di piccoli frutti rossi, a tratti è balsamico e caratterizzato da una decisa nota di liquirizia, ma ben integrata nel complesso bouquet aromatico. Un vino caldo e sapido, il cui tannino è ancora un po’ esuberante ma che fa già immaginare la sua ottima evoluzione.

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Altro stand altra storia, quella di Stefano Pizzamiglio de La Tosa che negli anni 80 nella terra dei vini frizzanti per antonomasia, i Colli Piacentini, ha portato avanti una piccola rivoluzione, quella di credere che in questa terra si potevano produrre anche vini fermi, strutturati, complessi e longevi. Il tempo gli ha dato ragione.

Oggi l’azienda conta 19 ettari di vigna, di cui 6 condotti in affitto, la produzione ovviamente si è anche estesa a qualche vino frizzante ed i vitigni coltivati sono 8, un misto tra bianchi, rossi, autoctoni e alloctoni, visto che Sauvignon e Cabernet sono di casa da queste parti.

Tra i bianchi in evidenza il Sauvignon 2015 che cresce su terra rossa, le viti in media hanno oltre 30 anni. Un vino molto complesso che mette insieme sia le caratteristiche tipiche del vitigno sia le peculiarità del territorio. Molto meno floreale rispetto ai canoni, predomina una nota agrumata e un sottofondo minerale. Ottima la persistenza finale.

Il Sorriso di Cielo 2015 è una Malvasia di Candia Aromatica vinificata secca con un leggero residuo zuccherino. Un vino dai tratti mediterranei, sì aromatico e piacevole, ma ha dalla sua eleganza, struttura, complessità e longevità. In cantina Stefano conserva bottiglie di una ventina d’anni ancora in ottimo stato. Il Gewurtztraminer dei Colli Picentini!

Il Vignamorello 2014 è il Cru di Gutturnio Superiore, composto dal 60% di Barbera e il 40% di Bonarda. Le uve sono raccolte a maturità avanzata, quasi in surmaturazione per donare maggiore struttura e concentrazione, il passaggio veloce in legno (massimo 6 mesi) dà al vino rotondità ed equilibrio.

Il Luna Selvatica 2013 è un Cabernet Sauvignon con aggiunta di 10% di Merlot. Matura in barrique nuove per un anno e non subisce alcun processo di chiarificazione né di filtrazione. Un legno molto rispettoso del frutto, un vino di carattere, concentrato, potente, ma al tempo stesso elegante, morbido e dal tannino molto composto.

Ciò che maggiormente ha colpito dello stile La Tosa è che tutti i vini sono praticamente pronti, da bere subito, ma con un gran potenziale di invecchiamento cosicché in alcuni casi li potremmo riassaggiare anche tra vent’anni.

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Se si vuole conoscere la storia dell’Asprinio di Aversa e vedere qualche esempio di quell’affascinante sistema di allevamento conosciuto come “Vite Maritata” o “Alberata Aversana” bisogna fare un salto in Masseria Campito.

Un antico podere del 1800 della famiglia Di Martino trasformato dal 2000 in una piccola oasi verde, dove regna quasi incontrastato quest’antico vitigno, che negli obiettivi e nella volontà della famiglia, e non solo di loro, merita di essere conosciuto e riscoperto.

Sei ettari di vigneto a conduzione biologica, di cui circa un ettaro e mezzo di Falanghina impiantata per produrre il loro unico vino non in purezza, il Falasprì 2015, 70% di Falanghina che dona al naso eleganza e un bouquet profumato, 30% di Asprinio che al palato nobilita la Falangina regalando quel pizzico di struttura ma soprattutto la freschezza propria del vitigno. Il risultato è un vino profumato, di buon corpo, fresco, ottimo per degli aperitivi rinforzati!

Atellanum 15 è l’Asprinio di Aversa DOP in purezza. Un vino dalle piacevoli note agrumate ma molto sbilanciato sulle durezze, in primis l’acidità, per questo è un vino che va gestito, cercando ad esempio di accompagnarlo ai prodotti tipici della zona, uno su tutti la Mozzarella di Bufala DOP. Provate l’abbinamento, scoprirete un vino completamente diverso!

Viste le caratteristiche del vitigno, l’Asprinio si presta molto bene alla spumantizzazione, ecco quindi Priezza 2013, un Metodo Classico Brut che sosta almeno 30 mesi sui propri lieviti. Rispetto al vino fermo tramite la spumantizzazione acquisisce maggiore complessità, morbidezza e rotondità, grazie anche alla Liqueur d’expédition.

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Nei pressi del Lago d’Averno, a Pozzuoli vicino Napoli, Virgilio vi aveva collocato la porta d’accesso al regno degli inferi, oggi invece le sponde di quel lago vulcanico, creatosi più di 4.000 mila anni fa, ospitano i 4 ettari terrazzati, tutti a piede franco, di Piedirosso e Falanghina de Le Cantine dell’Averno. Una piccola azienda nata nel 2010 dal sogno dei fratelli Emilio e Nicola Mirabella di produrre vini di qualità aventi come base i vitigni autoctoni dei Campi Flegrei, “Una terra con oltre 2000 anni di storia vitivinicola, vini vulcanici sospesi tra il mare e il fuoco”, come recita il claim del Consorzio tutela Vini dei Campi Flegrei Ischia e Capri, di cui ovviamente la cantina fa parte.

Per capire il loro potenziale ho preferito degustare le versioni più mature dei loro due vini.

Vigna del Canneto 2012 è una Falanghina che macera per circa sei ore sulle bucce, fermenta in acciaio e matura in barrique di rovere rigenerate per 1 anno, infine altri 6 mesi di affinamento in bottiglia. Naso intenso dai sentori speziati e minerali, caratterizzato da un buon corpo e da un’interessante persistenza, un vino che fa dell’equilibrio e dell’eleganze i suoi punti di forza.

Pape Satàn 2012 è un Piedirosso Riserva che affina 6 mesi in acciaio, poi matura in botti di primo passaggio da 20 ettolitri per un anno, trascorrendo ulteriori 6 mesi in bottiglia prima di essere immesso in commercio.

Sembrerebbe che siano le caratteristiche del territorio prevalere sul vitigno, o forse a far la differenza è il piede franco. Fatto sta che questo vino mi colpisce per la sua mineralità, la trama tannica e la non invasività del legno. Un vino dalla piacevole beva che deve il suo nome alle parole che Dante fece dire a Pluto nel settimo canto dell’inferno “Pape Satàn, Pape Satàn aleppe” al giungere di Dante stesso e Virgilio nel quarto cerchio.

Che dire per passare dagli inferi al paradiso sono bastati due soli bicchieri di vino!

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Terminiamo il racconto del Mercato dei Vini FIVI con le parole di Luigi Gregoletto, premiato come Vignaiolo dell’anno, che ha commosso i presenti con il suo discorso, un inno alla terra e al suo rispetto:

“Dalla mia vita e dalle mie posso dire che la terra va rispettata, va amata, perché la terra è madre e sa ricompensare. Anche oggi che produrre molto è facile e produrre poco è altrettanto facile. Produrre equilibrato nel rispetto della terra, della sua conservazione e della qualità del prodotto, è molto più difficile. Ma sono convinto che questa sia la via da affrontare e sono altrettanto convinto che la terra non deluda. La terra ti può fare meno ricco, ma sicuramente più signore.”

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[Photo Credit: Antonio Cimmino; FIVI per la foto di Luigi Gregoletto]

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© Antonio Cimmino

Lorenzo Vinci

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