Intervista ad Elisabetta Foradori

Intervista ad Elisabetta Foradori

3/5

Elisabetta Foradori: "Il resto è vita di oggi, un'esperienza che non ha mai fine"

Di Cecilia Fraccaroli

…Si definirebbe “una custode della terra“, ed oggi produce, secondo metodi rigorosamente biodinamici, un vino che è specchio dello straordinario paesaggio delle Dolomiti, dove nasce.
La sua viticoltura è il frutto di un percorso articolato, di una ricerca profonda ed interiore, fondata sull’ascolto e sulla comprensione delle viti e della terra.

Elisabetta Foradori

E’ la stessa Elisabetta a raccontarci questo percorso, e le sue radici:

– A seguito di un percorso iniziale simile a quello di molti altri viticoltori, forte di una preparazione prevalentemente tecnica, una percezione profonda ti ha portata ad avvertire –come tu stessa hai dichiarato- la mancanza di anima nel vino che producevi. Da questo momento ha preso avvio per te un complicato, continuo ed intenso percorso di “ritorno” verso la Natura. Ci racconti questo percorso?

Sono partita dall’osservazione e dall’ascolto, da una sorta di meditazione dentro le mie vigne, ma anche nei boschi nelle vicinanze. E’ nella percezione delle informazioni che la pianta riesce a dare che inizia la comprensione. Il contadino ritorna così ad essere creativo e a riappropriarsi della sua libertà di decidere, ogni giorno, cosa farà, a differenza dell’agire programmato e ripetitivo imposto dalla tecnica e dalle spinte delle multinazionali che hanno solo interesse nella vendita di concimi e antiparassitari.

tempoViticoltore

– Secondo te, l’agricoltura può essere anche creatività, oppure è il risultato di una radicata tradizione che deve essere rispettata ed applicata?

L’agricoltura è un gesto creativo solo nel momento in cui il contadino è libero ed agisce dentro un organismo agricolo autosufficiente, in grado cioè di trovare al suo interno i fabbisogni basilari per produrre. La tradizione va osservata e riletta: “tradizione” non è necessariamente qualcosa di positivo, solo una finestra sul passato che va aperta con coscienza.

piante

– Che cosa si intende per “agricoltura biodinamica“? In che cosa i prodotti ottenuti dall’applicazione di tali princìpi differiscono da quelli tradizionali e da quelli biologici?

“Agricoltura biodinamica” è un metodo di coltivazione che ridona fertilità alla terra e dunque equilibrio e benessere alla pianta, che è allora in grado di produrre alimenti sani e ricchi di vitalità, che apportino benefici allo spirito ed al corpo di chi ne usufruisce.

biodinamica

Uno degli scopi dell’agricoltura biodinamica è di nutrire l’uomo nella sua interezza (materia e spirito) per renderlo libero nel pensiero.

spirale

– La tua prima vendemmia è del 1984, e solo nel 2002 avviene il passaggio all’agricoltura biodinamica. Come è nato l’interesse per gli insegnamenti di Steiner e per i princìpi della biodinamica?

Dopo anni di lavoro per recuperare la biodiversità del Teroldego attraverso selezioni massali e l’applicazione degli insegnamenti che avevo avuto frequentando la scuola agraria, mi sentivo distaccata dal mio istinto di donna e di agricoltore. Mi sono messa quindi alla ricerca di ciò che sentivo che mancava nella mia vita, viaggiando, confrontandomi con altri agricoltori (in particolare Marc Kreydenweiss, viticoltore alsaziano che fin dagli inizi degli anni ’80 praticava la biodinamica), leggendo molto. Sono arrivata così al pensiero di Goethe nella Metamorfosi delle piante ed a Rudolf Steiner.

biodiversita

Il resto è vita di oggi, un’esperienza che non ha mai fine.

specchio

– E’ noto il tuo impegno per mantenere un paesaggio agrario il più possibile ricco di diversità, forte della convinzione che ciò costituisca un valore importante, e che come tale debba essere protetto, curato, raccontato e ricostruito.

vigne

…Come riesci ad attuare questa filosofia di vita e di lavoro, in un’area tipicamente coltivata ad agricoltura intensiva, quale è il Trentino?

Non è facile, ne vedo i grandi limiti ogni giorno, ma mi dico che questa è la mia terra e che mi devo impegnare per quello che mi è dato a renderla migliore. Ho piantato siepi, reintrodotto gli animali in azienda, fatto orti – cercando di fare il meglio per me e per chi lavora con me. Una piccola speranza nel cuore: che anche gli altri se ne accorgano e cerchino di fare qualcosa di simile. Forse un giorno accadrà…

– Queste convinzioni forti con le quali porti avanti l’azienda, potranno essere trasmesse ed insegnate ai tuoi quattro figli, oppure devono nascere spontanee, dall’osservazione e dall’ascolto personale?

C’è sempre un esempio che il genitore dà, il figlio osserva e decide, giudica; la decisione finale però e del singolo, noi possiamo contare solo su noi stessi, siamo i responsabili della nostra vita, ne siamo gli attori ed ognuno lo è per se stesso. L’importante è credere nel proprio ideale ed essere coerenti: di questa immagine credo abbiano bisogno i nostri figli.

tinajas

– Che cosa significa oggi recuperare la biodiversità di un vitigno?

Significa lavorare su selezioni massali partendo da vecchi ceppi, produrre autofecondati (cioè viti da seme) per immettere nuovo sangue in varietà selezionate da secoli ed indebolite dalla continua riproduzione agamica (per talea). La vite non fa sesso da centinaia di anni! (o meglio lo fa ma non serve a nessuno).

rossi

– Che cosa si intende, per chi non è esperto, per “selezione massale” e “selezione clonale” dei vitigni? In che cosa differiscono i vitigni ottenuti per mezzo di questi due diversi procedimenti?

Sono procedimenti che partono allo stesso modo (individuare le piante madri da moltiplicare) ma finiscono in modo molto diverso: la selezione clonale crea un individuo unico, quindi una genetica banale e piatta, mentre la massale sceglie “popolazioni”, cioè mescola molti biotipi diversi, partendo ovviamente da diverse piante madri. In natura non esiste una cosa uguale all’altra, quando entriamo in un vigneto dobbiamo vedere diversità, una popolazione intera di diversi individui appartenenti alla stessa varietà. E’ dalla variabilità che nesce l’espressione.

vendemmia 2

– A fronte di molti equivoci in cui incappano i consumatori, come si può oggi mantenere l’essenza del vino naturale, impedendo che il vino industriale si appropri di questa identità, sfruttandone marchi e certificazioni?

La garanzia migliore è la conoscenza diretta del produttore, dell’uomo o della donna che stanno dietro il vino. A seguito il gusto: solo il bicchiere che contiene un vino che dà sensazioni di vita, che vibra, che ti invita a berlo, che si accoppia facilmente con il cibo e che ti fa star bene – è un bicchiere sano! La certificazione fotografa un processo, ma non garantisce la qualità intrinseca, per questo molti vini anche certificati non vibrano.

mare

Fidatevi dei vostri istinti ed apritevi alla ricerca del buono: noi siamo quello che mangiamo.

calici

– Come descriveresti le sensazioni e le caratteristiche di un vino in cui “si sentono le Dolomiti”?

L’essenza, il farsi scoprire con un po’ di fatica, nulla è scontato: poco appariscente ma di grande profondità.

rocceanfore

– Dopo tante domande tecniche, una più lieve: immagina di degustare uno dei tuoi vini, contemplando il paesaggio dolomitico, le valli e le piane sovrastate dalle rocce, quale sarebbe il sottofondo musicale di questo momento?

Dipende da miei stati d’animo: l’altra sera erano canti georgiani, qualche settimana fa Rino Gaetano “a mano a mano”…

filosofia

Per tutte le immagini si ringrazia Elisabetta Foradori.

Scopri l’intervista a Chiara Lungarotti!

 

 

 

Commenti
Articoli correlati