Intervista a Elena Pantaleoni, proprietaria dell’Azienda Vinicola La Stoppa

Intervista a Elena Pantaleoni, proprietaria dell’Azienda Vinicola La Stoppa

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Un' intervista a 360°: si parla di vita, di libertà e di legame con il territorio, ma anche della dibattuta questione delle DOC, di vini biologici "industriali" e di vino naturale.. di Unione Europea, di artigianalità e di musica!

Di Cecilia Fraccaroli

Elena e cane

• Elena, ha ereditato l’azienda, cui oggi si dedica a tempo pieno, da suo padre, che l’acquistò nel 1973. Dunque non è nata tra le vigne, avrebbe potuto non innamorarsene: come è nata nel suo cuore questa grande passione? Il suo lavoro, il legame con la terra, influiscono sulla vita e sulla quotidianità rispetto a prima?

Ho iniziato a lavorare in azienda a 26 anni, dopo aver avuto una libreria/negozio di dischi per quattro anni con alcuni amici, aver studiato lingue al liceo, viaggiato all’estero e tentato di fare l’università, con scarsi risultati. Ero un po’ ribelle e volevo essere indipendente, ma quando è stato necessario sono entrata in azienda per senso di responsabilità e perché istintivamente sentivo che mi sarei appassionata a questo lavoro, per i suoi molteplici aspetti, creativi e pratici allo stesso tempo.

elena Modena

La mia vita è senz’altro cambiata, sono più consapevole, sento la responsabilità, in quanto agricoltore, di rispettare la natura, da cui ricevo la materia prima con cui faccio il vino. Mi sento parte di un grande disegno in cui io conto tanto ma non tutto: il mio impegno quotidiano è quello di custodire questa parte di natura, la terra che ho in consegna. La vigna però può avere una vita ben più lunga di quella di un essere umano, per questo sento di essere solo una piccola parte della natura, sicuramente importante. Tante cose sono cambiate, diventare vecchi vuol dire anche maggiore saggezza…

vigneti

• Lei gestisce l’azienda insieme a Giulio Armani, il Suo enologo di fiducia; vi siete scelti? Condividete la stessa filosofia di vita e di lavoro?

Giulio ha iniziato a lavorare qui nel 1980 con i miei genitori, non ci siamo scelti direttamente, ha dato continuità nel passaggio generazionale.
Siamo cresciuti insieme e insieme abbiamo scelto di ragionare sull’identità (del nostro territorio, dei vini) come fine ultimo del nostro lavoro, attraverso minori interventi in vigna e cantina. Attraverso la sua sensibilità, l’esperienza, la conoscenza ed il continuo ascolto della natura, ogni giorno lavoriamo in questa direzione. Con noi lavorano anche altri collaboratori, tutti ugualmente importanti: siamo una piccola squadra, ed è essenziale per gestire un’azienda grande come la mia.

La stoppa

So che per Lei, nel Suo lavoro, due sono le parole chiave: “rispetto” e “libertà”. Ci spiega perché?

Beh, non solo nel mio lavoro ma nella mia vita. In parte ciò mi è stato insegnato proprio dal mio lavoro: se le rispetto, le mie vigne restituiranno qualità, longevità, salute; la stessa cosa accade con le persone: se rispettiamo gli altri, senza pregiudizi, sarà più facile ricevere rispetto, affetto e amicizia.
Per “libertà” intendo soprattutto libertà mentale, di pensiero, quella che ci ha permesso di uscire dalla tradizione e fare vini come il passito Vigna del Volta od il bianco a lunga macerazione sulle bucce Ageno. Entrambi sono vini fortemente legati al territorio ma nel momento della loro produzione erano sicuramente qualcosa di raro e singolare.

vigna del volta

• Oggi si è persa molta della tradizione italiana legata al lavoro agricolo. La Natura, la terra, nel millennio del consumo di massa, nell’epoca della velocità e del sapere globale, hanno ancora qualcosa da insegnare?

Certo, sono valori fondanti, soprattutto per un Paese come l’Italia che potrebbe fare delle sue peculiarità enogastronomiche, insieme alle bellezze artistiche, una grande risorsa. L’Italia potrebbe essere un Paese in salute economica vivendo di esportazione di prodotti agricoli ed “importazione” di turisti; tutto il mondo invidia le nostre bellezze naturali e storiche, la ricchezza e la varietà dei nostri prodotti agricoli, che siano vino, formaggi, salumi, ed è paradossale che siamo proprio noi a non saperci valorizzare.

vintage

Sempre più si notano i difetti di un sistema capitalistico così spinto, sempre più le persone vogliono essere rassicurate sulle scelte che fanno quotidianamente anche facendo la spesa, le vogliono più etiche, più sostenibili, e questo ci riporta alla Terra, alla natura.
Il contadino ha un ruolo fondamentale in questo processo, che gli deve essere riconosciuto restituendo dignità al suo lavoro.

panoramica

• La Sua filosofia di lavoro e di vita vanno nella direzione del rispetto assoluto per la propria terra e per il vigneto: le viti, alcune molto antiche, sono lasciate crescere in autonomia, senza concimazioni né diserbi, facendo ricorso solo a trattamenti di zolfo e rame, ed effettuando a mano tutte le lavorazioni. Il Suo vino, come la ripaga per queste scelte non convenzionali?

Mi fa sorridere come queste scelte oggi vengano percepite come “non convenzionali”…. Noi ci chiediamo sempre perché fare le cose, e quando non servono semplicemente non le facciamo. Abbiamo delle uve sane, condizione necessaria per fare buon vino. Ci sono anche annate difficili, per esempio la 2014 è stata più difficile di altre, ma non per questo rinneghiamo le nostre scelte, perché fare diversamente sarebbe andare contro i nostri principi.

Resistenza

In che senso possiamo dire che i vini che producete a La Stoppa sono realmente espressione del territorio?

Perché conosciamo, dopo tanti anni, il nostro territorio e sappiamo qual è la vocazione di questo luogo in termini di produzione, perché non interveniamo e non ritocchiamo il vino per adattarlo al nostro gusto od al gusto del mercato del momento, perché il nostro vino è solo uva di nostra produzione pigiata e fermentata nella nostra cantina.

cantine

• E’ fondamentale il legame di un vino con la terra in cui esso nasce; Lei, dunque, come si relaziona ai concetti normativi delle DOP? Si tratta di certificazioni che asseverano realmente il tradizionale legame tra un prodotto e la propria terra, e dunque costituiscono una ricchezza ed una garanzia per il consumatore finale? Come mai oggi sempre più agricoltori “virtuosi” scelgono volontariamente di “uscire” dalla DOC o dalla DOCG della propria zona di riferimento?

Noi siamo fuori dalla DOC, perché non crediamo nel meccanismo che la attribuisce, fatto di parametri organolettici e commissioni di degustazione che pretendono di sancire un vero legame con il territorio. La Doc Colli Piacentini prevede il Sauvignon, lo Chardonnay, il Pinot Nero, il Cabernet Sauvignon, più tutte le varietà locali. Non esiste un luogo al mondo dove tutte queste varietà così diverse tra loro possano adattarsi contemporaneamente e dare risultati di qualità, per cui è il mercato che decide quali siano le varietà da inserire nella DOC.
Non c’è poi una vera tutela riguardo al prezzo, tanti vini Doc venduti – o sarebbe meglio dire svenduti – sugli scaffali dei supermercati, costano troppo poco.

Elena Carussin

• Rispetto ai grandi temi del biologico e della biodinamica, in senso ampio, esiste oggi il rischio di un equivoco legato alla semplice certificazione “bio”? Questa indicazione in etichetta è di per sé sufficiente a garantire che dietro al prodotto certificato vi sia sempre il rispetto dei medesimi parametri? Verosimilmente, potrebbe invece esservi stato un errore di comunicazione di chi lavora in modo “naturale”, nel veicolare al pubblico tali contenuti? Se si, come spiegherebbe oggi le differenze tra un prodotto biologico – pur sempre industriale- ed uno naturale?

La certificazione del vino bio, diventata legge comunitaria nel 2012, non garantisce che il prodotto sia naturale. E’ un regolamento che serve a mettere d’accordo tutti, le cui maglie sono troppo larghe. E’ permesso l’utilizzo di quasi tutte le sostanze, additivi, coadiuvanti ecc. come nei vini convenzionali, solo in minore quantità. Questo favorisce lo sviluppo dei vini “bio-industriali”.
La vera differenza sta nell’approccio, quello artigianale, che è proprio del vino naturale, considera e rispetta il prodotto che la natura dà e realizza un vino unico, ogni anno diverso, teso a rispecchiarne le caratteristiche, con personalità, dove le differenze sono da considerarsi un pregio. Nell’approccio industriale invece, l’obiettivo è riprodurre in modo seriale un prodotto, standardizzandone il processo, con una ricetta che includa tutte quelle sostanze ammesse, chimiche e non.

• Alle spalle del settore vitivinicolo, è realistico pensare che si muovano macroscopici interessi commerciali, aventi il loro centro a Bruxelles? La normativa comunitaria potrebbe dunque essere espressione di tali forti interessi sovranazionali?

Sicuramente si, non solo alle spalle del settore vitivinicolo ma di tutto il sistema alimentare, se si controlla il cibo si controlla il mondo.

food copia

• In quali termini, secondo Lei, la normativa comunitaria incide quotidianamente sul lavoro di un piccolo agricoltore e produttore italiano?

Ostacolando l’espressione artigianale, cercando di standardizzare i processi, rendendo i prodotti più poveri, sia di personalità e di gusto sia di valore nutritivo, rendendo difficile se non impossibile diversificare le produzioni tanti sono gli adempimenti burocratici e spingendoci dunque a specializzarci, a produrre in modo intensivo.

• Per concludere, una domanda più “leggera”: si immagini nella Sua azienda, ai piedi della antica torre, al termine di una giornata di lavoro, degustando un calice del Suo La Stoppa… quale potrebbe essere il brano musicale che accompagna questo momento?

Io amo la musica e ascolto di tutto; in questo momento ascolterei Bimini di Jim Hall, nella versione live con Wayne Shorter e Michel Petrucciani.

elena

Per parte delle foto di Elena Pantaleoni si ringrazia Az. La Stoppa;
In copertina e nel testo due immagini tratte dal film Resistenza naturale di J. Nossiter

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