Villa Favorita 2016, il piacere della vita

Villa Favorita 2016, il piacere della vita
Il naturale si fa vino, riempie i cuori e compete con le bellezze della villa Da Porto detta “la Favorita”.

[vc_row][vc_column][vc_column_text]Di Antonio Cimmino.

Degustare vini buoni, salubri e naturali, fatto!

Riscoprire la loro vera dimensione tra il verde di una storica villa, fatto!

Essere spettatore dell’affetto, la stima reciproca, la grande amicizia fra i produttori, fatto!

Sapere che è stato approvato il testo provvisorio del Disciplinare di produzione del vino naturale, non ha prezzo!

Questo e tanto altro durante le tre splendide giornate di sole che hanno fatto da contorno alla tredicesima edizione di VILLA FAVORITA, il Salone internazionale dei vini naturali, evento annuale che si svolge all’interno (e all’esterno!) della splendida storica seicentesca villa Da Porto detta “la Favorita” nei pressi di Monticello di Fara – Sarego (Vicenza), organizzato da VinNatur, l’Associazione di viticoltori naturali, dal 9 all’11 aprile.

Un’edizione da record, oltre 4600 gli appassionati, gli operatori del settore e soprattutto gli importatori stranieri, che si son dedicati alle degustazioni e confrontati sul loro modo di intendere ma soprattutto di vivere una viticultura naturale, con gli oltre 150 vignaioli arrivati dall’Italia e da Francia, Spagna, Austria, Slovenia e Portogallo.

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Gli appassionati e gli addetti ai lavori spesso si dividono se sia giusto o no avere un disciplinare di produzione per i vini naturali, probabilmente perché molti ritengono che non servano regole, che essere naturale è piuttosto una filosofia di vita, un modo di lavorare, una forma mentis a cui il singolo vigneron sceglie di aderire. C’è chi, invece, come Angiolino Maule, fondatore e Presidente di VinNatur, sostiene il contrario:

“Nel corso dell’assemblea dei soci è stato approvato il testo provvisorio del Disciplinare di produzione del vino naturale VinNatur, che contiene le linee guida riguardanti il metodo di produzione del vino secondo l’associazione, insieme ad una bozza del piano di controlli. Il testo definitivo verrà approvato nei prossimi mesi. Un passo fondamentale per dare il giusto valore e la giusta riconoscibilità al nostro impegno quotidiano nel praticare un’agricoltura rispettosa dell’ambiente e della salute nostra e di chi beve i nostri vini. L’obiettivo principale di questo disciplinare è quello di comunicare, con chiarezza e trasparenza, il nostro operato a chiunque acquisterà una bottiglia di vino naturale VinNatur”.

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Vediamolo sul campo questo confronto.

#FranciacortaRevolution

Il mio girovagare tra i banchi dei vini naturali inizia sempre da loro, Cà del Vént, dagli autentici artisti del vino che da sette ettari suddivisi in 13 cru riescono a trasmettere il meglio che la collina a 400m s.l.m. dei Campiani di Cellatica, nel parco protetto delle Colline di Brescia, può offrire. Qui ritroviamo una Franciacorta unica e straordinaria, che fa della differenza il suo punto di forza. Nessuna omologazione o moda seguita, solo tanta sperimentazione, ricerca di innovazione senza mai abbandonare la tradizione.

Una vera rivoluzione che anticipa la loro nuova direzione, una grande potenza aromatica che esplode in bocca, meno note invasive di legno, leggere ossidazioni che non appiattiscono il vino ma che ne esaltano mineralità e sapidità proprie di questi terreni franco argillosi con elevata presenza di calcare. Tutto questo è evidente negli ultimi nuovi nati.

Il REVOLUTION Brut Pas Operé 2012, 77% Chardonnay e 23% Pinot Nero, da annata arida che ha disidratato gli acini nonostante le uve non fossero mature, bassissime rese per pianta, circa mezzo chilo. Nella loro vigna regna il caos, il suolo non viene lavorato per dar spazio a microorganismi, insetti, essenze spontanee che meglio valorizzano il terreno rispetto al lavoro dell’uomo. Lo chardonnay macera sulle sue bucce, mentre per il Pinot Nero si procede con la pressatura diretta. Fermentazione del solo mosto fiore con lieviti indigeni e sosta in barrique per 7 mesi, dopo di ché si assemblano le 12 basi più sapide e minerali. Presa di spuma con mosto d’uva bio e successivo affinamento in bottiglia per 32 mesi. Uno spumante metodo classico molto diretto, verticale.

Il CHANGE MAN Blanc de Blancs Pas Operé 2012, Chardonnay in purezza dalla grande ampiezza olfattiva, un vino che vive. Medesimo stile solo che in questo caso sono assemblate le dieci basi più morbide e floreali.

A titolo di curiosità “Pas Operé” indica che al dégorgement lo spumante è colmato con vino di altre bottiglie dello stesso lotto senza aggiunta di zuccheri né liqueur d’expédition.

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Amici da una vita

Enrico e Andrea si sono conosciuti sui banchi di scuola, in comune la passione dei vini naturali quanto l’avversione per la chimica, materia di studio di entrambi, veterinario il primo e farmacista il secondo.

Nel 2011 sulle colline vicentine di Breganze decidono che era giunto il momento di trasformarsi in vigneron. Per far ciò hanno dovuto “moralizzare” il loro primo vigneto preso in affitto, con l’obiettivo di produrre dei vini naturali che fossero salubri e digeribili. Nasce così Il Moralizzatore, piccola azienda di tre ettari, coltivati a Cabernet, Pinot Nero, Merlot, Vespaiola e Friulano, bassissime rese, fermentazioni spontanee e affinamento in barriques molto usate.

Il Cabaret Rosé 2014 è un metodo classico di Cabernet Sauvignon su terreni di origine vulcanica, ottenuto dalla rifermentazione in bottiglia con il proprio mosto (12 mesi) e sboccato manualmente. Un pas dosé che preserva gli aromi varietali, dai tipici sentori di fragole.

Il Friu-liè 2015, Tocai friulano da una vigna di 30 anni, rifermentato in bottiglia che subisce una breve macerazione prefermentativa. Prodotto molto beverino e godereccio, come il Vespaiò 2015, anch’esso un rifermentato in bottiglia.

Il Cabaret Sauvignon 2013 è la loro riserva, circa 25 quintali per ettaro la resa del vigneto ubicato a Mason Vicentino, dodici mesi di affinamento in barrique di quarto passaggio e successivo anno in bottiglia per ammorbidire il suo tannino ancora molto irruento.

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Solo o quasi rifermentati in bottiglia

Quella di Camillo Donati è una storia che parte da lontano, quando, sulle colline di Parma, suo nonno Orlando impiantò una piccola vigna per il consumo familiare con numerosi vitigni, che vinificava tutti assieme.

Camillo, oggi, continua questa tradizione di grande varietà nei suoi 10 ettari di proprietà, vinifica quasi sempre in purezza, in rosso anche per i vini bianchi, col metodo della rifermentazione in bottiglia.

I nomi dei suoi vini iniziano con “il Mio” seguito dal nome dell’uva, a sottolineare la sua personalissima interpretazione dei vitigni come Trebbiano, Sauvignon, Lambrusco e altri.

Il primo, Il Mio Trebbiano 2014, ha un carattere molto deciso, forti sentori agrumati con una nota erbacea in evidenza, mentre Il Mio Sauvignon 2014 è più delicato, elegante, fruttato, con una buona struttura. Il Mio Malvasia 2014, è una Malvasia Aromatica di Candia vinificata secca, probabilmente tra le migliori interpretazioni, grande potenza aromatica sia al naso che al palato, una mineralità inaspettata, bella freschezza e ottima persistenza. Un vino molto versatile.

Il Mio Rosso della Bandita è l’unico vino non in purezza. Uvaggio di quattro vitigni a bacca rossa, non dichiarate da Camillo per una sorta di gioco con chi cerca di indovinarle. Ogni anno è diverso, le uve raggiungono una differente maturazione, un vino molto influenzato dall’annata e da come i vitigni s’integrano tra loro.

Il Mio Lambrusco 2014, è un Maestri un po’ spigoloso, di buon corpo ma così fresco che un sorso tira l’altro.

Il Mio Barbera 2014 è un vino che, seppur frizzante, mantiene inalterate le caratteristiche organolettiche del vitigno, complessità olfattiva, di gran corpo e gradazione alcolica elevata. Se per caso incontrate Camillo non ditegli che la sua terra poco si addice alla Barbera, potrebbe raccontarvi come prima dell’avvento della filossera i dintorni fossero tappezzati da vigneti di Barbera.

L’ultimo vino della sua batteria è anche l’unico fermo prodotto, Il Mio Ovidio 2014, Croatina in purezza dedicata al suo grande amico Ovidio, che gli ha insegnato l’arte cantiniera e che per primo appoggiò la sua intuizione di vinificarla secca.

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Abruzzo, la terra che vive

Al confine tra Abruzzo e Marche, sulle splendide colline Teramane a Tortoreto, dove si sente l’influsso del vento e del mare, nasce Tenuta Terraviva. Diciotto ettari vitati a Trebbiano, Passerina, Pecorino e Montepulciano, coltivati con i dettami dell’agricoltura biologica e vinificati in modo naturale per raccontare il Terroir su cui sorgono tramite il rispetto delle tradizioni, dei ritmi della natura e della sostenibilità ambientale.

Raccolte manuali, nessun trattamento chimico o di diserbo, fermentazioni spontanee con lieviti indigeni. L’azienda agricola nasce all’inizio degli anni 70 quando Gabriele Marano acquistò un ettaro e mezzo su queste colline chiamandola Collebello. Negli anni 2000 il timone dell’azienda è passato a Pietro, suo genero, che intuì le potenzialità delle uve che coltivavano. La costruzione della nuova cantina permise al primo vino imbottigliato e integralmente prodotto da Tenuta Terraviva di nascere, mentre fino al 2006 le uve erano conferite alla cantina sociale.

I vini sono dedicati a nonni, bisnonni e avi, per la sentita riconoscenza verso quel modo di prendersi cura della loro terra che ha fatto sì che oggi potessimo beneficiare dei loro frutti.

Mario’s 41, Trebbiano d’Abruzzo in purezza, non filtrato, annata 2013. Il 41 sta ad indicare l’età della vigna all’epoca della vendemmia. Matura dodici mesi in botte grande e altrettanti in acciaio, abbastanza complesso al naso, spicca per la sua mineralità e freschezza che maschera un po’ il suo calore.

‘Ekwo 2015, il Pecorino che stavano cercando, proprio quello “giusto” (traduzione dal greco del suo nome), perché alla sua prima uscita già era perfetto. Elegante con le sue note agrumate, ben bilanciato e dal finale molto persistente.

A chiudere i bianchi il 12.1 annata 2014, Passerina da vecchie vigne, il più diretto dei tre, fiori e frutta matura, sapido e con una vena acida che spinge al massimo.

Il vino che ho preferito è il loro Montepulciano “base”, se così definirlo, il Luì 2012. Vinificato in acciaio, il 50% matura in vecchi legni di quarto passaggio (barrique, tonneau e piccoli botti) per 18 mesi, mentre il restante in acciaio. Imbottigliato 6 mesi dopo l’assemblaggio in vasche d’acciaio, ci resta almeno un altro anno. Molto profondo, intenso, tipici caratteri varietali del Montepulciano, sottobosco, un sentore di amarena che vira verso note sottospirito. Bocca calda, avvolgente, strutturato e dal tannino setoso che accarezza il palato, ma ancora così fresco che invoglia a berne con piacevolezza. Un fuoriclasse!

Il suo fratello maggiore è il Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane DOCG Polifemo 2010, 18 mesi in botti nuove, 18 mesi in acciaio e 2 anni in bottiglia. La differenza con il Luì è data proprio dalla bevibilità di quest’ultimo, mentre il Polifemo è un po’ più ostico se non degnamente abbinato ai piatti importanti della cucina tipica abruzzese.

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Produttori Vulcanici di Felicità

Sul versante nord-est dell’Etna, tra i 700 e i 1000 metri s.l.m, crescono i vitigni autoctoni allevati ad alberello da Davide Bentivegna di Etnella.

Quattro ettari vitati nel rispetto e nella tutela del vulcano per preservarne l’ambiente naturale e rinsaldare ancor di più il tradizionale legame tra l’uomo e l’Etna stesso.

Condizioni climatiche estreme e drastiche escursioni termiche rendono i vini di Davide complessi, longevi e dall’ampio profilo aromatico, il terreno vulcanico ne esalta mineralità e sapidità, al resto ci pensa la sua personale interpretazione.

Il Kaos 5.0 2015 è un bianco macerato in ossidazione controllata, assemblaggio di 40% Carricante, 30% Catarratto, 10% Malvasia bianca e 20% di altri vitigni autoctoni come Minnella, Inzolia, Grecanico, senza solfiti aggiunti. Il Kaos è il suo carattere, legato al risultato che ogni anno si ottiene della sua vinificazione naturale, mentre il 5.0 sono i giorni di macerazione. Il tipo di vinificazione, le basse rese (30 quintali per ettaro), l’età del vigneto (da 30 a 70 anni) ne fanno un vino complesso, non molto fresco, leggermente tannico e con un evidente sentore di idrocarburo.

Nel Petrosa 2015 ritroviamo la potenza del Nerello Mascalese (85%) di Contrada Santo Spirito, ben bilanciata dall’eleganza, dalla morbidezza e pseudo dolcezza dell 15% di Nerello Cappuccio, con alcuni alberelli dalla veneranda età di 120 anni.

Infine il Kaos Etna rosso 2014, il vino con cui Davide si è più divertito, risultato di tre vendemmie diverse, una acida, una matura e una surmatura, di Nerello Mascalese e Cappuccio (85/15), provenienti da una vigna in Contrada Marchesa. 15 giorni di macerazioni e fermentazioni separate, poi assemblato in tonneau di castagno per restarci a maturare per almeno un anno. Un vino unico, ogni anno diverso, timbrato a fuoco dal calore dell’Etna.

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La sorpresa

A Cortona Arnaldo Rossi, il ristoratore della Taverna Pane e Vino, è stato tra i primi a introdurre nella sua carta i vini naturali, e dopo aver cercato per oltre 15 anni di proporli e farli conoscere ad un pubblico sempre più ampio, ha deciso di produrne di suoi. Nel 2004 impianta Sangiovese in un piccolo vigneto di 3500mq in Valle di Chio. Sesto d’impianto ad alberello, con le viti piantate ai vertici di un triangolo equilatero per massimizzarne la densità (10.000 piante ad ettaro). Ad ogni radice si preserva lo sesso spazio, le stesse lavorano in profondità, non subiscono stress idrico, la pianta produce naturalmente poca uva ed il vigneto può essere lavorato su tre lati, con il vento ed il sole che gli girano tutto intorno.

Il risultato di ciò è il Dodo 2013, fermentazione spontanea con lieviti indigeni, un anno di botte, meno di 1000 bottiglie da un litro o da 0,75. Il Dodo 2010 è invece vinificato con i raspi e una piccola aggiunta di solfiti, che lo rendono un po’ più rustico e carnoso. La versione senza solfiti è prodotta solo per il suo ristorante.

L’altro suo vino è il Sella dell’Acuto 2014, proveniente da una giovane vigna di mezzo ettaro di Sangiovese piantata nel 2009, sulla cima di una collina composta da galestro con sesto d’impianto ad alberello poggiato. Versione più beverina del Dodo, fa dell’intensità olfattiva e della persistenza il suo punto di forza. 1250 bottiglie prodotte per un vino che matura parte in legno, parte in cemento e parte in una sfera di Clayver. Arnaldo sta sperimentando una versione che matura solo in Clayver, l’Acuto 2014, che risulta molto più pronto, morbido e meno tannico. Un centinaio le bottiglie prodotte.

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La conferma

I vini dell’ #OvadaRevolution non ti deludono mai, come quelli di Lidia e Paolo, colleghi nel lavoro e coppia nella vita, di Rocco di Carpeneto, la giovane azienda vitivinicola dell’Alto Monferrato a conduzione biologica, già divenuta un punto di riferimento del movimento naturale. Si vinificano solo uve di proprietà autoctone come Cortese, Dolcetto, Barbera e da quest’anno anche Nebbiolo e Albarossa.

Fino a poco tempo fa tra le mie “barbere” preferite c’era la loro Barbera del Monferrato Superiore docg Rapp, ma non avevo ancora degustato l’ultima nata, la Reitemp Vigna Rocco Barbera del Monferrato Superiore docg 2013, proveniente da un cru impiantato nel 1955. Resa media di 40 quintali per ettari, dopo una lunga fermentazione in acciaio (spontanea e con lieviti indigeni) di circa tre settimane, matura per almeno 25 mesi in botte da 15 ettolitri, che addomesticano la spinta acida, che seppur ancora evidente ben si integra con l’esuberanza dei giovani virgulti, donando equilibrio, inaspettato per la sua tenera età. Decisamente una spanna sopra le altre!

Non si dimentica l’Erche Ovada Docg Riserva 2013, ottenuto da solo uve Dolcetto, visto che Lidia e Paolo sono tra i fondatori del nuovo Consorzio di Tutela dell’Ovada Docg che proprio tramite il Dolcetto sta tentando di valorizzare le potenzialità vinicole dell’Alto Monferrato Ovadese.

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Probabilmente chi sceglie la “natura” non ha bisogno di regole, e gli straordinari successi di chi l’ha fatto, riconoscente verso l’eredità del proprio passato o semplicemente legato al proprio territorio e a questo mondo, lo dimostrano.

Il disciplinare anche se doveroso in questo momento storico sono certo che non cambierà la determinazione e il rispetto che questi vigneron mettono nel loro lavoro!

[Photo Credit: Antonio Cimmino]

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© Antonio Cimmino

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